about tomviolence

(2005 | blackcandy records - audioglobe)
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Da RUMORE Gennaio 2006
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Si ispirano ad una delle elucubrazioni migliori della lucida follia dissonante dei Sonic Youth, quella Tomviolence contenuta nel cuore di un Daydream Nation episodio miliare del white noise. Ed in effetti i toscani esordiscono per la fiorentina caramella nera con un album che vibra di malinconiche e rabbiose rapsodie semi acustiche immerse in unico scorrere che confluisce dall’ universo al centro del significato piu’ esteso di post-rock. Dei giovani sonici mantengono l’inclinazione alla ricerca ma in realta’ si ispirano a scenari piu’ contigui quali Giardini di Miro’ e Bartok oppure come i Mogway che incrociano lo sguardo con le distese candide della Scandinavia o dell’Islanda. Il violino ricama melodie struggenti che si annidano in fondo al cuore come un fiocco di neve immerso in una bacinella di candeggina, poi l’ingresso in feedback impazzito e chitarre di Quite Good Not Song introduce spore che ricordano la catartica marleniana rendendo il giusto tributo al rumore bianco zozzo di melodia interiore.
Piccolo capolavoro d’esordio.
Domenico Mungo



Da ROLLINGSTONE Febbraio 2006


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Praticamente post rock. Fatto d’ archi, fiati, percussioni, elettronica, chitarre distorte. Il nome della band, del resto, e’ quello di uno dei brani più famosi dei Sonic Youth, che già spiega bene a quale universo sonoro guardare. Peraltro, non si tratta di canzoni solo con quel marchio, ma pure di brani somiglianti a certa musica anche contemporanea, come quella dei Godspeed You Black Emperor!, che fanno di questo debutto un disco curioso e ardito. Il succo sta tutto qui: nello struggimento e nelle strane idee delle canzoni più ermetiche (Too Steaming To Impress, Heartbeat). Il resto pare quasi la voce degli stordimenti e delle paure di questo inizio secolo.
M.L.


Da IL MUCCHIO SELVAGGIO Gennaio 2006


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Che succederebbe se metteste su un bel disco pop e lo suonaste al rallentatore? Gli squittii delle trombe suonerebbero come un lamento; gli archi, da festosi, si farebbero estenuanti e malinconici; la voce adolescente che intrecciava versi tra capriole vocali e saltelli narrativi prenderebbe la forma del parlato e il timbro profondo del crooner; le chitarre si (di)storcerebbero in una smorfia. E il tutto risulterebbe molto simile al debutto dei Tomviolence.
Se il post-rock in Italia assume sempre più nitidamente le coordinate di un movimento e se questo movimento declina di volta in volta il genere in direzioni leggermente differenti, allora il sestetto in questione non fa eccezione, ma forse possiede una marcia in più. Le nove tracce del self-titled, infatti, attingono non tanto al solito stock Slint – June Of 44 – Mogwai, quanto a quella setta di formazioni d’eccezione come Dirty Three o primi Low, band in grado di mutare il pop in un esercizio di pena e pazienza. Così il sound dei Tomviolence, attraverso episodi come “Too Steaming To Impress” oppure “To Set Something Convivial” evoca un atmosfera molto vicina allo slow core più armonioso e piuttosto distante dal post rock classico; certo, i crescendo full-sound e i ricami distorti delle chitarre non mancano (come in “Quite Good Not Song”), ma, anche qui, è più facile che ci si trovi nelle terre della pop-psichedelia del nordovest americano, che nella geografia immobile di Louisville. E, sinceramente, va davvero bene così.
Marina Pierri


Da BLOW UP Gennaio 2006


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Per qualcuno ha ancora senso suonare post-rock. E’ il caso dei bravi Tomviolence, che in tempi ormai abbondantemente inflazionati, esordiscono con nove tracce convincenti, ben architettate tra slanci emotivi ed introspezioni strumentali. Cosi’ ascese sinfoniche (To Set Something Convivial, Walthamstow Central) coadiuvate da violini e fiati incontrano incisi piu’ essenziali, quadrature rock tout court (Quite Good Not Song, Another Faschino Victim) per una miscela convolgente, soprattutto per quella vena intimistica e cameristica che l’ attraversa. Qualche fronzolo in meno avrebbe sicuramente giovato. (6/7 su 8 )
Massimiliano Busti


Da FREAK OUT Gennaio 2006



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TomViolence è uno dei brani più sperimentalmente noise dei Sonic Youth, si trova in “Evol” pubblicato nel 1986, per chi ha curiosità filologiche, tuttavia, il gruppo in questione del noise di stampo newyorkese riprende solo pochi tratti, preferendogli un post rock sospeso tra aggressività e malinconia. I novi brani di questo esordio sulla lunga distanza, che segue il demo “Verginity” del 2004, infatti, hanno in buona parte un’impostazione acustico-melodica, nella quale danno il loro notevole contributo melanconico un violino e alcuni strumenti a fiato che sostengono pianoforti e chitarre acustiche. “Too steaming to impress” per esempio ha un intro con un piano così struggente da riportarci al brano “October” dei primissimi U2. La loro propensione ad un post rock più vicino a quello italiano come Bartok o Giardini Di Mirò e per altri versi a quello Usa dei Saeta emerge nella profondità degli interludi e negli intrecci tra chitarre elettriche e violini di brani come “Another fashion victim”, nella evocativa e riflessiva “Walthmastow central” e nei sussurri che lasciano lo spazio alle chitarre vibranti di “Heartbeat”. Quando al centro ci sono soltanto le chitarre che lavorano (“To set something”, “Quite good not song”), queste hanno sempre un’enorme difficoltà ad aggredire, preferendo implodere. Questo esordio dei Tomviolence segna un altro grande centro per la label fiorentina Black Candy, che ultimamente sta pubblicando quasi tutti lavori di ottimo post rock.
Vittorio Lannutti


Da COOLCLUB Gennaio 2006



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Prende ispirazione da un celebre brano dei Sonic Youth il nome di questo super gruppo appena sfornato da casa Black Candy. E già la referenza è un indizio per questo progetto che dalle prime note ci porta in orchestrazioni post rock da togliere il fiato. Alla normale formazione basso chitarra batteria si aggiungono archi e fiati e l’effetto nell’immediato è quello di una colonna sonora per un film ancora da girare, Suite per il crepuscolo. E la voce arriva come un sottotitolo, la guida per queste 9 tappe che lievitano tra intrecci melodici fino a irrompere deflagranti in sprazzi noise. È in Quite good not song che la passione per i sonici si esprime in pieno tra feed back stop and go da manuale. La scuola è quella dei Mogway e June of 44 e i Tomviolence sembrano aver imparato la lezione alla perfezione, se poi si aggiunge la naturale italica propensione alla melodia e la scena che nel nostro paese si sta muovendo in tale direzione hanno quel quid, quella marcia in più che li fa emergere dal gruppo.
Osvaldo Piliego


Da SONICBANDS Gennaio 2006



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Ci sono dischi che sanno cullare ed avvolgere con il proprio suono. Uno di questi è certamente l'omonimo cd d'esordio per i Tomviolence.
Licenziato dall'instancabile Black Candy, il disco vede la presenza di Andrea Rovacchi al mixer ed in veste di produttore artistico e vanta interessanti collaborazioni: Luca Di Mira (Giardini di Mirò), Martino Pompili (The Slugs) e Giancarlo Frigieri (Joe Leaman). Le premesse sono certamente ottime ed il risultato premia il gusto compositivo della band, trentacinque minuti (divisi in nove tracce) di post rock fresco e di classe. I riferimenti principali sono i soliti, Mogway e Slint in primis, ma anche Motorpsycho, Ulan Bator e Giardini di Mirò. Un mix elettrico prevalentemente malinconico, che sa aprirsi con riff possenti ("Quite Good Not Song" e soprattutto la splendida "No Years Old"), il tutto contornato dalla forte presenza del violino e da alcuni strumenti a fiato. La voce non è molto utilizzata, ci si esprime maggiormente con il vortice sonoro che il gruppo riesce a creare. Buone tutte le composizioni, menzione a parte merita il crescendo di "Walthamstow Central", semplicemente fantastico l'arrangiamento ed il finale emotivo. Davvero interessante l'esordio dei Tomviolence, un disco che porta aria fresca al post rock italiano.
Nervous Baby


Da DNAMUSIC Gennaio 2006



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Una strada che costeggia una scogliera. All’orizzonte nuvole nere minacciano forti temporali. Una macchina segue la linea di mezzeria. Fuggire dai mille suoni della grande città. Tuffarsi senza paracadute nel mare più profondo. Volare impavidi nel vento della burrasca avendo come meta solo la libertà. Un sole pomeridiano rosso fuoco che spunta all’improvviso. Il silenzio ed il suono di una auto ferma con il motore acceso. Correndo nella pioggia singhiozzante dell’estate. Queste ed altre infinite immagini del vostro inconscio malinconico prenderanno dimensione pian piano ascoltando il capolavoro d’esordio dei Tomviolence. Un’ altra straordinaria produzione della Black candy.
I Tomviolence conoscono la musica segreta della malinconia riflessiva, con ritmo delicato e progressive, ti entrano dritti al cuore senza bisogno di parole, la voce si riduce ad un arrangiamento sporadico per atmosfere post rock con sax, piano e violino da primi attori. Brani come “To set something convivial”, “Walthamstow central”, “Too stemaing to impress” vi porteranno dentro di voi come nessuno e nulla ci era riuscito prima. E poi con “Quite good not song” vi lancerete dalla rupe delle vostre paure… sprofondando nel sax di “Another fashion victim”. Quindi negli abissi più profondi scoprirete il senso di un nuovo giorno “Good morning” con delicate chitarre, batterie sommesse ed una musica di violino che vi guiderà al paradiso che pensavate non esistesse. In alcuni brani i sei ragazzi dei Tomviolence sono arricchiti dalla presenza di Luca di Mira (Giardini di Mirò), Martino Pompili (The Slugs) e Giancarlo Frigieri (Joe Leaman). In 39 minuti esiste qualcuno che può scandagliarci dentro senza conoscerci? I Tomviolence ci riescono alla grande!! Dopo i T.I.O.G.S. e Milaus con i Tomviolence il post rock italiano da prova di essere promotore di originalità e creatività senza eguali.
Vladimiro Vacca


Da ROCK SHOCK Gennaio 2006



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Il suono di Tomviolence si libra come un malinconico volo d’aquila, sicuro tra cime impervie, in continua tensione verso l’infinito
La Black Candy Records, etichetta toscana, ha preso a cuore i Tomviolence e il loro omonimo Cd d’esordio. Il gusto anglosassone dei pezzi cela l’origine italiana del gruppo, anch’esso toscano. Sei i componenti nel gruppo, con collaborazioni eccellenti nella produzione dell’album, come Andrea Rovacchi, in veste di produttore artistico, Luca Di Mira (Giardini di Mirò), Martino Pompili (The Slugs), Giancarlo Frigieri (Joe Leaman) con contributi in pezzi diversi.
Post rock, ricchezza melodica, suoni lievi, esplosioni rabbiose… L’apertura dell’album è affidata ad un lento giro di batteria, che già prefigura la linea ideale di tutto il lavoro (To Set Something Convivial). Dopodiché i suoni si dilatano come in Walthamstow Central, dove un dolcissimo violino ci culla durante l’ascolto.
Il delicato suono iniziale diventa crudo e viscerale, come un sentimento celato in fondo all’anima per troppo tempo, che corrode ed incattivisce, finchè non si trova il coraggio di farlo esplodere (Too Steaming To Impress). E si continua con le chitarre, il basso e i fiati che si fondono in un suono ruvido, ma avvolgente, che ricorda vagamente i Morphine (Quite Good Not Song). Tra dolcezza e rabbia, come dopo una notte agitata da sogni ed incubi, visitata da angeli e demoni, i Tomviolence ci regalano il buongiorno, dopo la vaghezza del risveglio (Good Morning).
Elisabetta De Ruvo


Da KDCOBAIN Gennaio 2006



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Il nome di questa band non e’nuovo ai fan dei Sonic Youth. Tomviolence e’ infatti il titolo di un pezzo presente nell’ album “evol” della band di Kim Gordon. Il genere proposto da questi sei ragazzi e’ una sorta di post rock melodico che affida tutta la sua emotivita’ agli strumenti, grazie a struggenti paesaggi sonori di ottima fattura coadiuvati da violino e sax. Ogni brano porta con se’ una forte carica malinconica che viene disegnata attraverso crescendo di straordinaria intensita’.
Si apre con “To set something convivial” e gia’ si respira quell’ atmosfera cupa ed introspettiva scandita da onde sonore che diventano sempre piu’ increspate. Il paino di “Too steaming to impress” apre un varco tra le nuvole per poi rientrare nel clima oscuro questa volta velato di noise di “Quite good not song”. Piu’ soffuse sono le ritmiche di “Another fashion victim”, dove si scorge anche una punta di elettronica.
A coronare un bel disco post rock non banale arrivano tre artisti che come special guest appaiono tra le note dei nove pezzi. Sono Luca di Mira dei Giardini di Miro’ che cura l’ elettronica di “Walthamstow central”, marco Pompili degli Slugs in “No years old” e Giancarlo Frigeri dei Joe Leaman in “Another fashion victim”.
Tomviolence e’ un ottimo album che puo’ sicuramente competere in ambito internazionale per spessore e talento.


Da LA SCENA Gennaio 2006



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Ogni volta che ascolti un disco Black Candy, ti viene voglia di abbracciare il tuo vicino di posto sul treno e di bagnargli la giacca di lacrime. Di condividere con i commensali la soddisfazione per la bontà del nuovo rosso sulla carta dei vini. In alcuni casi, sei spinto a immaginarti professore di filosofia al colloquio con i genitori. E ti vedi mentre guardi la signora Black Candy negli occhi. E ti senti mentre le dici, con orgoglio e un po’ di commozione: “Suo figlio, signora, è una bella persona.”
In fin dei conti, ogni produzione Black Candy è un po’ come il Tortino di Porretta: non sai perché, ma è sempre buono. E’ una legge…La “legge del Tortino di Porretta”.
Non fa eccezione il lavoro dei Tomviolence. Bello. Indiscutibilmente bello. Non innovativo, perché non si inventa più nulla, (e in questo caso è una fortuna), ma si elabora. Quindi elaborato ed elaborante. C’è da dire che se la mamma è Black Candy, l’esame del DNA non lascia spazio a dubbi: il papà si chiama Sonic Youth. E il nome del bambino ne è una prova inconfutabile. Il naso è del padre. Le orecchie della madre. Gli occhi della nonna e i capelli del bisnonno. E’ post-rock?, ci si chiede in maniera un po’ retorica sul foglio, (ed è davvero 1 foglio, finalmente!), di presentazione. Sì, senza dubbio lo è. Ma non solo. Ci sono anche frammenti di soffitti melodici estranei e non identificati, grattugiati su tappeti acidi a causa dell’umidità prodotta dalla lavatrice in funzione al piano di sopra. Sembra quasi di sentire lo stomaco di quel pezzo di ferro martellante gorgogliare e rimescolare vestiti tanto rilavati da essere ormai inconsistenti. Trovo alcuni passaggi di chitarra e pianoforte addirittura vicini ai lontanissimi territori di Eric Clapton e soci. Finali che assumono le sonore sembianze di lacrimevoli inni corali, seguiti da incipit crudi e rugginosi, quasi grunge, pronti a smentire le precedenti tristezze melodiche con muri di gomma rigida alla Billy Corgan quando era una persona con la dose di amarezza e problemi psico-sessuali sufficiente per dirsi deluso dalla vita e farlo sapere a tutti. Violini lamentosi, quasi fossero armoniche blues, a tratti struggenti, magari un po’ facili ma per nulla banali, e fiati sospiranti prima della cavalcata trionfale. Voci recitanti che raccontano, meglio, sussurrano intimamente, e vocalizzi lontani che mi piacciono tanto perché mi fanno andare con la mente agli Appleseed Cast. Come, d’altra parte, la malinconica lentezza di alcune batterie, in cui il percorso del colpo sembra durare un’eternità. Cose che ti fanno amare un disco.
Another fashion victim, (ne trovo la posizione sulla tracklist inspiegabilmente perfetta), è un capolavoro di semplicità ripetitiva: un carillon struggente per ballerine di plastica fusa e le gambe intatte per miracolo. Ti aspetti che esploda da un momento all’altro: e invece è proprio lì per darti la sensazione di sudore freddo della bomba che non deflagra nel momento atteso.
E una copertina che ti fa pensare a come sarebbe un quadro di Schiele dipinto dalla madre di Ricasso.
”Suo figlio, signora, è una bella persona”.


Da SENTIRE ASCOLTARE Gennaio 2006



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Il post-rock ha compiuto tutto intero il percorso di definizione stilistica: ha ferito a morte le forme della rock-song, ha gambizzato le prospettive, ha mischiato le carte, ha frammentato gli elementi. Poi è tornato sulla scena del delitto, ci ha pianto su, infine si è accettato e ha preso a camminare sulle proprie gambe senza tutta quella intransigenza, senza quell’aria da salto nel buio, il cuore conteso tra rimpianto e nostalgia. Insomma, il post-rock melodico dei Tom Violence cammina su quel sentiero di redenzione post-post-rock come prima di loro ad esempio i Giardini di Mirò o i L’Altra, tanto per citarne un paio. Siamo quindi dalle parti di un già sentito pericolosamente in bilico sul logoro, melodia e tormento, ballad a profusione per chitarre uggiolanti ed eventuali tumulti in crescendo. Con la differenza che il loro background può usufruire del non trascurabile additivo Sonic Youth (non a caso il nome della band viene da un pezzo di Daydream Nation) e di una evidente filiazione Dirty Three incarnata dal sapore dominante del violino.
L’avanguardismo roccioso e disinvolto dei primi e le brume romantiche dei secondi permettono di applicare alle belle melodie arrangiamenti non certo inauditi ma non privi di soluzioni a sorpresa: se le tastiere spandono la loro presenza con luccicante discrezione, se le elettroniche popolano talora l’atmosfera di fantasmini glitch (Walthamstow Central) e se il sax provoca coloriti scossoni (Another Fashion Victim), può capitare altresì d’imbattersi in found voices, in un vivido glockenspiel, in un clarinetto basso che stende tappeto brumoso, in quei talkin’ dall’inflessione cinico/sardonica quasi watersiana, in un pianoforte che cuce Lennon coi Sigur Ros (nella conclusiva Spop). Più di ogni altra cosa convince però la capacità di giocare coi registri bassi, dove i timbri s'impastano invischiando il cuore, come nel pigro splendore dell’iniziale To Set Something Convivial o in quella Good Morning che ha il solo difetto di durare un po’ troppo. Sanno fare bene ciò che vogliono fare, i Tom Violence, lasciando intravedere numeri per fare di più. Cioè - forse - altro.


Da COMUNICAZIONE INTERNA Gennaio 2006



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Il solito disco post-rock ormai fuori tempo massimo? Beh, certo, l’area di riferimento è quella - accordi reiterati di chitarra, scampoli vocali affogati in un mare di feedback, progressioni strumentali su un solido impianto basso-batteria - ma io vi consiglierei di non liquidare troppo frettolosamente questo esordio omonimo dei fiorentini Tomviolence, perché qui c’è anche dell’altro. Molto altro. C’è la capacità di scrivere composizioni perfettamente in equilibrio tra narcolessie ritmiche e sussulti sonici (avrete notato che il nome del gruppo deriva da una delle canzoni incluse nel capolavoro dei Sonic Youth “Daydream nation”); c’è la propensione a mantenere un’ottima fluidità narrativa (vedi le distese sconfinate fotografate in “To set something convivial” e il cambio di inquadratura effettuato nel finale di “Heartbeat”); ci sono gli interventi esterni di Luca Di Mira dei Giardini di Mirò all’elettronica e dei compagni di etichetta Martino Pompili alla chitarra (dagli Slugs) e Giancarlo Frigeri al glockenspiel (dai Joe Leaman) ad arricchire un collettivo di sei persone che già comprende chitarre, basso, batteria, tastiere, violino, sax e clarinetto. E soprattutto c’è, pur nella compattezza del risultato finale, una pregevole varietà di soluzioni, tradotte nell’incanto lirico di “Too steaming to impress” (potenzialmente la band è pronta anche per un disco di sole canzoni), nel climax epico di “No years old” o nell’intrigante sviluppo "a strati" di un pezzo come “Another fashion victim”. Probabilmente non mancheranno recensioni che a proposito dei Tomviolence parleranno con malevolenza di “solito post-rock”, ma chi se ne frega, nel mio stereo dischi come questo saranno sempre benvenuti!
Guido Gambacorta


Da eye.blog-city Novembre 2005:
I tomviolence sono un gruppo italiano con un nome sonico, toscano per la precisione, che pubblicano l’omonimo disco d’esordio per l’ etichetta fiorentina Black Candy (la distribuzione, con un prezzo interessante, e’ Audioglobe). Sei musicisti in pianta stabile: due chitarre, basso e batteria, a cui si affiancano fiati e violino. Inoltre in brani diversi, segnaliamo la partecipazione di Luca Di Mira (Giardini di Miro’), Martino Pompili (The slugs) e Giancarlo Frigieri ( Joe Leaman).
Nove pezzi praticamente post-rock, con quella declinazione italiana che trova nei Giardini di Miro’ il principale riferimento, con qualche spruzzata di Yuppie Flu come in Walthamstow Central e Hartbeat. La grintosa Quite Good Not Song sembra invece un quasi omaggio ai God Machine. Disco consigliato soprattutto se vi piace la malinconia (e la melodia) dolce-rabbiosa tipica del genere.
Fernando Ambrosi